Genitori si, ma per quanto tempo?

“Quando i genitori fanno troppo per i figli, va a finire che i figli non faranno abbastanza per loro stessi.”
Elbert Green Hubbard

Negli ultimi sei anni sono stata anche una madre e lo sono tutt’oggi. Vivendo all’estero, l’essere un genitore, mi ha costretta ad inevitabili confronti con la cultura tedesca dal punto di vista dei rapporti familiari. Spesso questi confronti sono stati costruttivi, altre volte mi hanno causato veri e propri schock culturali, altre volte sono stati illuminanti. In questi anni ho ascoltato tanti genitori italiani. C’è chi pensa che l’educazione tedesca sia migliore di quella italiana e viceversa, io penso che da entrambe le culture ci sia da imparare. Vi parlo, come sempre, delle mie esperienze personali.

La genitorialità in Germania ha una progettualità e su questo non si discute. Anzi penso di poter affermare che procreando, i genitori tedeschi e anche noi non tedeschi ma residenti, ci inseriamo automaticamente in un sistema politico ed economico strutturato per favorire la formazione di nuclei familiari. Mi spiego meglio. Mentre in Italia, scegliere di avere un figlio costituisce un vero e proprio atto di coraggio, qui in Germania, scegliere di avere un figlio significa accedere di diritto ad un sistema di benefici economici e sgravi fiscali che aumentano con l’aumentare del numero di figli. E questo pone il tutto in un’ottica diversa. Prima per il numero di figli che si sceglie di mettere al mondo, poi per il numero di anni in cui ci si occupa economicamente della prole. In Italia normalmente, nessun genitore si pone dei limiti e alla domanda “Per quanti anni ti occuperai dei tuoi figli?” il genitore italiano risponde “Ma che domande?! Per sempre!”. Il genitore tedesco risponde “Fino alla maggiore età.”

Vi riporto una conversazione interessante che ho avuto con una delle mie vicine di casa, la cui figlia venticinquenne vive da 6 anni a pochi chilometri da casa, in un appartamento condiviso, e il  figlio sedicenne è ancora in casa coi genitori, proprietari di due aziende.  Io “Ho visto che state procedendo con la ristrutturazione della casa, come vanno i lavori?” Lei “I lavori procedono, ma abbiamo dovuto cambiare i nostri piani. Abbiamo ricevuto la notizia che l’Ausbildung di nostro figlio durerà un anno in più. Noi avevamo progettato di ristrutturare la sua stanza e affittarla, e invece dovremo aspettare. Una volta fatto l’esame, inizierà a lavorare e andrà in un appartamento condiviso, è già d’accordo con tre suoi compagni di scuola.” e io “Ma non sei contenta di averlo con voi un anno in più?” e lei “L’adolescenza è un periodo complicato e in casa si discute parecchio. Intanto lui ha esigenze e orari che noi non abbiamo. Gli argomenti in comune sono pochissimi. Lo supportiamo in tutto, ma lui ha bisogno dei suoi spazi e noi dei nostri. L’indipendenza economica sarà motivo di crescita. E onestamente, io e mio marito non vediamo l’ora di riorganizzare la nostra vita di coppia.” 

Un genitore tedesco ha la consapevolezza di essere prima di tutto una persona, che ha ovviamente dei doveri nei confronti dei figli, ma anche dei diritti come quello di poter progettare la propria vita una volta che i figli saranno diventati maggiorenni. E’ davvero così sbagliato? Per questo sostengo che la progettualità è insita nella cultura tedesca. Soprattutto, per il pensiero comune, i legami affettivi non hanno nulla a che vedere con le questioni economiche e per me, che sono nata e cresciuta in Italia, è stato difficile comprenderne le diverse abitudini. Come per esempio, le cene separate dove ognuno si siede dove vuole in giro per casa, il fatto di mettere a letto i figli molto presto (circa alle 19), il voler risparmiare su ogni vestito che regolarmente viene comprato sempre una o due taglie più grandi. Io dico sempre che i bambini tedeschi crescono nei vestiti, ed è davvero così. Per questo motivo i genitori tedeschi ponderano ogni spesa per i figli, comprano loro spesso vestiti e giochi usati, li spingono a fare lavoretti dopo la scuola per avviarli ad un’indipendenza che, dopo pochi anni, dovranno mettere in pratica. Risparmiano molto volentieri, sono favorevoli alla scuola pubblica perché è gratuita, e si riscoprono desiderosi di spendere per una scuola privata per eventualmente sottrarre un figlio dalle Förderschule. Celebrano i compleanni, ma senza esagerare e quando i figli crescono, li considerano come persone con cui hanno un forte legame affettivo, ma non certo economico. Al supermercato mamma e figlio adulto pagano separati fino all’ultimo centesimo, e così anche al ristorante o al Biergarten. Insomma, per i tedeschi ESISTE un FUTURO dopo la maturità dei figli e quel futuro va pianificato RISPARMIANDO!

Ma è davvero così sbagliato pensare che il periodo in cui si è genitori sia solo una parte della nostra vita, e una volta terminato si possa continuare ognuno per la propria strada? Rileggo spesso le parole del poeta Kahlil Gibran

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Cit. Kahlil Gibran

A distanza di anni, sento che il confronto con questa cultura mi ha dato molto e continua a darmi tanto. Personalmente, condivido molti aspetti della genitorialità tedesca ma al contempo, mi sento fortunata ad essere cresciuta in una famiglia italiana. Quando torno in Italia e vado al bar con mio padre classe 1935, lui si alza e va a pagarmi il caffé. E’ il suo modo per dirmi se hai bisogno, io ci sarò sempre. E per me è importante, e mai come in questi anni l’ho davvero capito.

Lara G.

immagine tratta da internet

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