Genitori italiani in Germania: integrarsi o farsi assimilare?

Trasferirsi in Gemania con o senza figli fa una gran differenza per quanto riguarda l’approccio con la cultura tedesca. Se si è stranieri senza figli, superato l’ostacolo della lingua  e trovato un lavoro soddisfacente, si può liberamente decidere se integrarsi oppure mantere un profilo più riservato. Se invece si è stranieri con figli, l’approccio è ben diverso, e il rischio di farsi assimilare anziché integrarsi, è altissimo. Ma cosa s’intende per “Farsi assimilare” e per “integrarsi”? Ho fatto spesso questa chiacchierata  negli ultimi anni e ora, un passo alla volta, vi spiego il mio punto di vista.

Gli stranieri come me/noi, che decidono di crescere i propri figli in Germania, sanno bene che il sistema tedesco per la gestione dei minori, dalla sanità alle scuole, è a dir poco rigido e complesso. Spesso le persone con cui abbiamo a che fare ogni giorno, come le educatrici, le insegnanti, i pediatri, seguono protocolli standardizzati. La tendenza generale è quella di uniformare tutti i bambini. Ogni diversità, ogni sbavatura di colore, ogni peculiarità culturale, viene vista come un potenziale problema da risolvere in futuro, e che va quindi appianata o sradicata. Vivendo qui, ho imparato che tenere gli occhi aperti è l’unico modo per evitare situazioni spiacevoli.

A tal proposito, vi racconto brevemente un episodio che in questi anni mi ha molto colpita, così da spiegarvi meglio la differenza che c’è, secondo me, tra farsi assimilare ed integrarsi.

Nel settembre del 2016 il figlio di amici anch’essi stranieri, all’età di tre anni iniziò il Kindergarten. Nel mese di dicembre dello stesso anno, i genitori furono convocati dalla suddetta scuola materna per una riunione, durante la quale le educatrici si complimentarono con i genitori per l’ottimo livello di sviluppo del bambino. Nel gennaio 2017 gli stessi genitori vennero nuovamente convocati insieme ad altre quattro famiglie straniere. Durante questa seconda riunione (attenzione, dopo un solo mese!), le stesse educatrici sostennero che il figlio dei nostri amici, così come gli altri quattro bambini, palesava gravi problemi comportamentali. Dissero chiaramente ai genitori dei cinque bambini, che i loro figli necessitavano di cicli di terapie che spaziavano dalla logopedia all’ergoterapia. Sottolinearono l’urgenza della situazione e consegnarono ai genitori diversi deplian di terapisti della zona. I nostri amici, che al tempo abitavano in Germania da quattro anni, non accettarono la “sentenza” e decisero di far visitare il proprio figlio da ben quattro medici tra pediatri, neurologi e psicologi. Tutti emisero una diagnosi che confermava la salute e l’ottimo sviluppo del bambino, che NON necessitava quindi di terapie. Gli stessi genitori, durante una visita all’ufficio della loro assicurazione sanitaria tedesca, spiegarono l’accaduto. L’assicuratore non si scompose più di tanto e spiegò, in via non ufficiale, che quando un istituto necessita di nuovi finanziamenti, può succedere che i responsabili chiedano ai genitori di sottoporre i bambini a delle terapie. Se la preside dimostra di avere un alto numero di bambini “problematici” può chiedere un aumento di finanziamenti così da poter assumere più personale o semplicemente dare degli aumenti di stipendio. I nostri amici, dopo un aspra discussione con la preside, che prese malissimo il fatto che loro avessero voluto verificare la salute del bambino, scrissero al Kindergarten per disdire il contratto e in primavera il bambino fu trasferito in un nuovo asilo. Questo perché? Perché questa coppia di amici ha scelto di integrarsi in Germania e non di farsi assimilare, come i  genitori degli altri quattro bambini, che invece scelsero passivamente di accettare senza discutere il consiglio delle educatrici. Esattamente come farebbero dei normali genitori tedeschi. Considero questa vicenda un caso eclatante, per fortuna non così frequente, ma esplicativo di come a volte sia difficile, soprattutto se si è stranieri, capire il confine tra l’essere in buona fede e l’approfittarsene.

Sulla tendenza a prescrivere terapie si protrebbe scrivere un libro e in questo blog ne ho parlato diverse volte. Noi per esempio in questi anni ne abbiamo accettata SOLO UNA su QUATTRO consigliate per nostro figlio, ma perché effettivamente ne aveva bisogno e sta avendo ottimi risultati. Non l’abbiamo scelta a cuor leggero, ma ci siamo consultati con pediatri e professionisti della salute infantile.  L’accettazione passiva non ci piace e purtroppo questa è una delle caratteristiche principali degli expat che hanno deciso di NON integrarsi, ma di farsi assimilare.

In questi anni ho incontrato tantissime famiglie, sia italiane che di altre culture, e vi assicuro che la maggior parte dei genitori si lasciano completamente masticare e digerire dalla cultura tedesca. Molti perché parlano male la lingua e si sentono a disagio nelle discussioni, quindi non sollevano i loro problemi o semplicemente i loro dubbi, altri perché sentono DI NON AVERE SUFFICIENTI COMPETENZE GENITORIALI per prendere decisioni per i propri figli. Sono in una condizione difficile di insicurezza e senza gli strumenti per gestirla. E’ terribile, ma più diffuso di quanto si possa immaginare. Per esempio mi è capitato tante volte di sentire genitori di bambini vivaci, osannare maestre elementari severe oltre misura o addirittura giustificarne i comportamenti evidentemente scorretti con frasi come “Fanno bene ad essere così severi! Ai bambini serve disciplina!”. Parliamo di pratiche da Libro Cuore, con i bimbi dietro alla lavagna derisi dai compagni. Spaventoso, soprattutto nel 2019, dove i metodi di insegnamento si sono per fortuna evoluti.  Un padre italiano mi ha raccontato, in tutta serenità, di come il figlio tredicenne che frequenta il Gymnasium, venisse trattenuto a scuola dopo le lezioni come forma di punizione per alcuni ritardi nella consegna dei compiti. I genitori sono venuti a conoscenza di queste punizioni solo durante un Elternabend. Trattenere un minorenne è un reato, ma questo padre ha addirittura ringraziato il professore di tedesco che aveva preso questa iniziativa senza avvisarli, e soprattutto senza chiederne il consenso. Oggi un fatto del genere dovrebbe essere denunciato, ma basta decidere che ogni cosa che viene fatta dal sistema tedesco è buona e giusta, e tutto finisce a tarallucci e vino.

Si può farsi assimilare al punto di non tutelare i propri figli? A quanto pare si. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori, perché spesso i genitori si autoconvincono che accettare “tutto” aiuti ad integrarsi, che si debba per forza “capire” la bontà di un metodo che non conosciamo, ma è un ERRORE gravissimo a mio parere, il cui prezzo viene pagato dai bambini. Senza contare quelli che si autoconvincono che accettando tutto, lo spettro del razzismo scompaia. Mi dispiace ma non è così. Siamo stranieri. Il razzismo è un problema reale anche in Germania come in tutti gli altri paesi, chi più e chi meno, ma è inutile negarlo. I pregiudizi così come la paura della diversità, ci sono e ci saranno sempre. Anzi, a mio avviso, l’accettazione passiva di ogni decisione o consiglio, non fa altro che alimentare questi pregiudizi. Siamo talmente “mamma mia pizzeria” (tipica canzonatura che purtroppo abbiamo sentito troppe volte, specialmente tra i bambini) che non siamo in grado nemmeno di decidere per i nostri figli? Chi è consapevole di essere molto più di questo, sceglie di integrarsi e non di farsi assimilare.

Non dimentichiamoci poi che integrarsi è una scelta. Si può vivere tutta la vita in un paese straniero senza dare nessun contributo all’ambiente in cui si vive. Oppure si può scegliere di integrarsi e integrare l’ambiente in cui viviamo, ma credetemi questa e lo dico per esperienza personale, è certamente la scelta più faticosa! Integrarsi è un sentiero  in salita, perché include lo studio della lingua, il reperire continuamente informazioni, studiare e capire, ma il tutto ha l’importantissimo scopo di costruirsi un’idea ben chiara della situazione, del luogo in cui si vive e delle persone che incontriamo ogni giorno. Per noi italiani, per esempio, integrarsi significa apportare alla cultura tedesca il valore aggiunto del sapersela cavare sempre, dello spirito d’iniziativa, del saper risolvere un problema inaspettato senza farsi prendere dal panico e senza istruzioni precise. Noi ragioniamo fuori dagli schemi e questa è un’arma potentissima. Integrarsi è dare il proprio contributo alla società, nel rispetto delle persone e delle leggi.

Questo è, a mio parere, integrarsi, così come lo è lasciare che le proprie abitudini cambino in favore di una nuova vita. Io mi rendo conto di vivere una vita che, se mi fosse stata raccontata dieci anni fa, non ci avrei mai creduto. Giro per casa con le Crocs, ceniamo alle 18, Barbeque sotto la pioggia e appena scorgo un raggio di sole me lo prendo tutto dicendo “Faccio il pieno di vitamina D!”.

L’integrazione passa anche attraverso i nostri figli che parlano due lingue se non tre, che hanno una mente aperta a due diverse culture, e questo è un VALORE, non un difetto da correggere. E si, io parlo solo italiano con mio figlio. A volte la gente sorride compiaciuta perché ascoltandoci si sente in vacanza al Gardasee, a volte ci guardano infastiditi, ma come dice sempre la mia amica bavarese “Mavafangülo! Richtig Lara?” e io “Genau!”. E si va avanti a testa alta, come è giusto che faccia chi sceglie di integrarsi, chi sceglie di essere cittadino del mondo, viaggiatore e curioso di ogni cultura e diversità. Spesso la gente mi chiede “Ma non hai paura che tuo figlio imparando anche l’italiano possa avere problemi ad integrarsi?”. Ma neanche per sogno! Anzi, noi vogliamo che lui impari a leggere e scrivere anche in italiano. Inoltre vi dirò, che io colgo ogni giorno l’occasione per raccontare a mio figlio chi siamo, da dove veniamo, quanto strada abbiamo fatto e quanta ne faremo ancora. Noi abbiamo scelto di integrarci, e nostro figlio ci seguirà. Sapete cosa risponde quando qualcuno gli chiede: “Ma tu sei italiano o tedesco?” e lui: “Io sono per metà italiano e per metà tedesco!”.

E’ dura, è la sfida di ogni giorno da ormai 5 anni (!), ma ne vale sicuramente la pena. Oggi siamo persone migliori di ciò che eravamo, ed educhiamo nostro figlio sperando che lui continui questo infinito percorso di crescita.

E ora vado che devo preparare gli spätzle alla carbonara… ciao!

Lara G.

immagine tratta da internet

8 pensieri riguardo “Genitori italiani in Germania: integrarsi o farsi assimilare?”

  1. Veramente un bell’articolo.
    Il mio tentativo di integrazione in Germania è andato all’aria in pochi mesi, proprio perché come dici tu non ho intenzione di farmi assimilare, di farmi “masticare e digerire”.
    La rigidità dei tedeschi in un esempio: ho una laurea, un master, quasi 2 anni di esperienza lavorativa come assistente amministrativa, parlo fluentemente tedesco, inglese, spagnolo e francese. Sono a Düsseldorf da circa 3 mesi e ho fatto almeno una trentina di colloqui tra Düsseldorf e Colonia. Risultato? Tutti lavori scemi che li lascio volentieri a chi non ha nessuna qualifica. Come Fremdsprachenkorrespondentin, che sarebbe la cosa più semplice ed ovvia, neanche un colloquio perché non ho Ausbildung. Invece di apprezzare anni di studio, apertura mentale, flessibilità, creatività, vogliono trasformarti in un soldatino da guerra e una pallida imitazione del sistema consumistico americano.
    Sapete che c’è? Io me ne vado in Francia. Non sarà una botte di ferro come la Germania, ma almeno non sono circondata da stronzi imbalsamati.
    Ho dedicato anni ed esperienze alla Germania, in cambio quasi solo delusioni.

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    1. Cara Sara, vivere in Germania non è semplice e nulla di ciò che hai scritto è discutibile, anzi! Come darti torto? Certo che tre mesi sono pochini per arrendersi. Io consiglio a tutti di superare almeno i primi tre anni prima di gettare la spugna, perché a mio avviso sono gli anni più difficili. Ma tu hai già scelto, quindi non mi resta che farti un grande in bocca al lupo per il tuo futuro in Francia.
      Saluti, Lara

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  2. Ciao Laura, ho letto questo articolo con interesse. Siamo due genitori italiani che vivono a Francoforte da anni ma non parlano tedesco. Nostro figlio a settembre comincera’ la scuola e siamo indecisi se iscriverlo ad una scuola tedesco-inglese oppure alla scuola Europea (dove sarebbe obbligato a frequentare la sezione italiana). Oggi e’ perfettamente bilingue e frequenta un asilo tedesco.
    Se da una parte ci attrae l’idea di iscriverlo alla scuola tedesco-inglese, abbiamo seri dubbi per molti dei motivi che menzioni nell’articolo. Non parlando tedesco, come potremmo seguirlo nel suo apprendimento? Mi fa paura l’idea di dovermi affidare completamente all’istituzione tedesca o di potermi trovare in situazioni come quelle dei tuoi amici in cui ti dicono che tuo figlio ha bisogno di logopedia, psicoterapia o altro e tu non sei in grado di valutare se e’ una necessita’ reale o solo frutto delle megalomanie tedesche.
    Tu cosa ne pensi?
    Mara

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    1. È un argomento molto delicato ed è difficile consigliare, ti dirò cosa ho fatto per mio figlio. Noi abbiamo valutato tutte le offerte formative dei dintorni, incluse le scuole private che Gott sei Dank ci possiamo permettere. Onestamente ho escluso le non parificate (Montessori – Waldorf) per lo stesso motivo per cui invece sono scelte dai tedeschi. Abbiamo escluso la scuola Italo-tedesca anch’essa non parificata(almeno a Monaco è così).
      Ho escluso la scuola internazionale perché una scuola prevalentemente inglese non ha alcuna utilità per chi come noi vive stabilmente qui in Germania. Ho escluso la scuola europea perché ho amici che l’hanno frequentata e non ci mandano i loro figli perché la definiscono “una gabbia dorata”.
      Abbiamo scelto la scuola pubblica pur non condividendone in pieno l’organizzazione e la didattica. Avremo la certezza che crescerà perfettamente bilingue e già oggi frequenta una scuola privata per l’inglese. È la scelta giusta? Nessuno può saperlo. Noi ci mettiamo tutto l’impegno, e speriamo che nostro figlio e i suoi insegnanti faranno altrettanto. In bocca al lupo! Lara

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  3. Cara signora Lara sono da 2 anni in Germania ed ho avuto cioè sto continuando ad avere dei problemi oppure dei fastidi scolastici, perché anche noi abbiamo seguito con mio figlio i corsi di logopedia e di ergoterapia. Secondo me, nel nostro caso la dove c è stato un trasferimento da poco e i bambini ne ho 3, hanno perso il loro iter giornaliero non serve a niente bisogna lasciarli andare e non fare pressione. Poi tutto si sistema penso che i bambini si integrino da soli e tra di loro.

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    1. cara Giovanna,
      logopedia ed ergoterapia hanno scopi specifici, ma non quello di aiutare la socializzazione. Rifiutarle completamente è possibile, con tutte le conseguenze che seguiranno. Ho amiche che rifiutano di trovare il tempo per queste terapie, ma onestamente, a distanza di anni non comprendo il rifiuto totale. Sono favorevole ad un oggettiva valutazione del problema. Per esempio, un compagno di mio figlio scrive malissimo eppure i genitori continuano a rifiutare ogni proposta di aiuto. Risultato? Ha voti molto bassi nelle materie in cui scrivere è fondamentale perché nemmeno lui riesce a leggere cosa scrive. Chi ha ragione? Secondo me, la ragione sta nel valutare bene la situazione. Dico NO alla medicalizzazione dei bambini, ma rifiutare ogni tipo di aiuto catalogandolo sempre solo come “superfluo” non so se sia così saggio.
      Saluti,
      Lara G.

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