180 secondi

Ancora una volta sento la necessità di condividere con voi la mia esperienza, con la speranza che possa essere utile ai genitori che passeranno a leggere. Ma questo post non è solo per voi, è anche (e forse soprattutto) per me, in quanto cittadina, genitore, insegnante, studente e molto altro…

Chi mi legge da qualche anno, sa bene cosa abbiamo passato col mio primo figlio. Un bambino sano, intelligente, ma con un temperamento decisamente vivace. Questa sua indole qui è sempre stata classificata come un PROBLEMA da risolvere, e di conseguenza, io e mio marito, ne abbiamo passate di tutti i colori. Il suo bisogno di muoversi, correre e arrampicarsi suscitava parecchio fastidio negli educatori. Non avete idea di quante volte abbiamo ascoltato le loro lamentele, e quante volte abbiano tentato di etichettarlo con qualche malattia. Ci dicevano “Forse ha la ADHD, forse c’è qualcosa che non va!” Fino a quando una psicologa bavarese, specializzata nell’età evolutiva, ci spiegò che gli educatori in Germania non solo non hanno gli strumenti per comprendere la differenza tra vivacità e iperattività, ma non hanno nemmeno idea di come gestire questi bambini. Se poi sono pure bilingue, lasciamo perdere! Ci disse “Ricevo tante di quelle segnalazioni, ma la maggior parte delle volte sono semplicemente bambini vivaci accompagnati da educatori impreparati. Vostro figlio sta benissimo, ha superato brillantemente tutti i test d’intelligenza, ma vi prego, non vi aspettate che la sua vivacità venga vista di buon grado.” Mio figlio oggi ha 9 anni è un bambino tranquillo, posato e attento, ma sente sempre l’esigenza di muoversi, ed è giusto e naturale che sia così.

Due anni fa, quando è nato il nostro secondo figlio, eravamo pronti a ricominciare e invece, colpo di scena, il piccolo Marco è l’opposto di suo fratello. Un coccolone, sempre in braccio; un altro pianeta insomma. Si concentra a lungo su un gioco e se può interagire è ancora meglio. Le educatrici sono contente, e non stento a crederci, perché è molto dolce e collaborativo. Non è certo un bambino che ti fa sudare sette camicie! Quando la nostra assicurazione sanitaria ci ha scritto ricordandoci di prenotare l’U7, (cioè il bilancio di salute per i bambini dai 20 ai 24 mesi) l’abbiamo prenotata in tutta serenità, e invece…

Quando siamo arrivati dal pediatra, mio figlio, che avrebbe voluto essere all’asilo, si è subito innervosito. Il pediatra era in ritardo di 20 minuti, noi eravamo in anticipo di 10. Risultato? L’ho intrattenuto con cartoni animati sul cellulare per evitare che andasse a scorrazzare in sala d’aspetto in mezzo ai bambini malati. Finalmente è arrivato il nostro turno. Un’assistente, che avrà avuto circa vent’anni, ci ha accompagnati nello studio dove si sarebbe svolta la visita col medico, ma ha invece iniziato a fare la visita, SENZA IL PEDIATRA. Lei era chiaramente impreparata a gestire un bambino di due anni, tanté che non è riuscita a portare a termine i test. Mio figlio intanto si stava annoiando. Lei gli ha proposto la scatola dei giochi U7, cioè la scatola dei giochi che, secondo lo standard medico, sono adatti a bambini di 20-24 mesi. Certo perchè i bambini sono tutti uguali, giusto ? Devono piacere a tutti gli stessi giochi! Ovvio! Ho fatto presente che mio figlio ha smesso di usare quei giochi mesi fa, ma lei insisteva affinché lui li usasse. Per tutta risposta mio figlio li ha buttati per terra, della serie NON MI INTERESSANO!

L’assistente ha iniziato ad agitarsi, e ho gestito io mio figlio sulla bilancia e per misurare l’altezza. Il tempo passava, ma del pediatra nessuna traccia. Intrattenere un bambino di 2 anni in una stanza senza giochi non è facile. Appena il pediatra ha aperto la porta per entrare, mio figlio è corso fuori per giocare ad acchiapparella. Aveva voglia di sgranchirsi le gambe. Sono andata a recuperarlo e siamo rientrati nello studio. Ho spiegato ridendo che gli piace farsi rincorrere. La pediatra invece aveva l’aria molto preoccupata. Evidentemente l’assistente, per non ammettere di non essere riuscita a fare il suo lavoro, ha descritto il bambino come ingestibile. Dopo poche veloci domande, come “Ci sono problemi di cui mi vuole parlare?” La mia risposta è stata “No, il bambino sta bene. Essendo bilingue parla come un Minions, ma gli diamo tempo perché ha solo due anni. Per il resto, le maestre sono contente e anche noi.” e lei “Ma il bambino è scappato fuori dallo studio!” e io “Si, ma per giocare”. Intanto lei di spalle ha iniziato a scrivere e confabulare con l’assistente, poi si gira verso di me e mi dice “Sicuramente ha bisogno di terapia! Non sta fermo e poi il linguaggio non è adeguato. Una terapia di assistenza psicologica per bambini piccoli con problemi è senz’altro da fare!” Io ero sotto schock! Ho preso in mano il foglio dove c’era scritto Hyperaktivität e mi sono arrabbiata! “Mio figlio non è iperattivo e non ha problemi cognitivi! E’ uno scherzo? E’ un bambino che non ha nessun sintomo di iperattività!! Perché ha scritto iperattività senza un’anamnesi ?” e lei “Signora, lei non ha ancora capito come funziona qui in Germania? Le assicurazioni non pagano le sedute se la ricetta non ha una diagnosi! Lei non spenderà niente! Stia tranquilla!” COSAAAAA???? “Forse non è chiaro, ma per me non è un problema di soldi, bensì di utilità! Perché mio figlio dovrebbe fare terapie gratuite, ma di cui non ha bisogno!!?” e lei “Ne ha bisogno e lei non spenderà niente!”. CHE NERVI!!! In 180 secondi mio figlio è stato etichettato come un bambino con problemi cognitivi ?? MA VAFF….!!! Mi ha consegnato una lista di medici da contattare. 3 MINUTI di visita, 180 secondi per ETICHETTARLO e prescrivere terapie??? Ma certo, facciamo girare l’economia tedesca sulla pelle di mio figlio! Vi lascio immaginare con quale stato d’animo sono uscita dallo studio pediatrico: ERO NERA!!!

Quando siamo tornati a casa, ne ho parlato con mio marito e abbiamo deciso di utilizzare anche noi 180 secondi per prendere una decisione in merito alla diagnosi e alle terapie prescritte. Nella foto sotto potete ammirare il luogo dove abbiamo consegnato le ricette del pediatra.

Io ho le spalle larghe, perché con il mio primo figlio ne abbiamo passate di tutti i colori, ma stavolta davvero non me l’aspettavo! Naturalmente cambieremo pediatra, ma resta comunque il fatto che la medicalizzazione dell’infanzia è un problema serio. Non sto dicendo che le terapie per l’infanzia siano inutili, ma una prescrizione medica va fatta in maniera SERIA. La visita deve essere accurata, richiede tempo e un’anamnesi completa, magari il medico dovrebbe incontrare il bambino più di una volta. Non si ETICHETTA un bambino, tanto meno in 180 secondi. NON è ACCETTABILE. Un bambino è una persona e ha diritto ad essere rispettato anche nei suoi tempi di crescita. Senza contare che decidere di sottoporre i bambini a terapie di cui non necessita, non è una scelta priva di conseguenze.

Gli amici tedeschi ascoltando il nostro racconto sono rimasti allibiti. Ci hanno raccontato di aver vissuto esperienze simili e altrettanto traumatiche, e di aver dovuto cambiare pediatra. Il sistema sanitario tedesco ha sicuramente il vantaggio di poter scegliere i medici, ma essendo basato sulle assicurazioni, può capitare di incappare in medici superficiali e sbrigativi. Per fortuna ci sono anche medici seri.

Trovo comunque preoccupante questo episodio, per questo ho ritenuto giusto condividerlo con voi. Tenete gli occhi aperti e ricordatevi che, se non siete soddisfatti, potete rivolgervi ad altri medici.

Buona continuazione di migrazione a tutti!

Lara G.

immagine tratta da internet

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